como news ha scritto:«Quando sono salito sul Cayenne di Brambilla ho trovato un mazzo di bigliettini da visita custoditi nel portaoggetti accanto alla leva del cambio. Ce n’era anche uno della mia armeria. L’ho preso, l’ho guardato e l’ho voltato. Dietro, a penna, c’era scritto “rovinato”. E non ho capito più nulla». Queste poche parole sono il fulcro intorno al quale si sono snodate le tre ore di interrogatorio subite dal l’armaiolo Alberto Arrighi, 39 anni, indagato per l’omicidio volontario di Giacomo Brambilla, davanti al giudice preliminare Pietro Martinelli.
È stata una deposizione molto articolata, estenuante sia per chi l’ha condotta, sia per chi l’ha subita. Il resoconto va preso con le pinze: è – lo diciamo a favore dei tanti amici di Brambilla, di coloro che lo hanno amato, dalla ex moglie, alla convivente fino al figlio – una versione dei fatti. Per altro l’unica al momento disponibile (la vittima non può fornirne altre). Come tale andrà ovviamente vagliata, verificata, testata in base ai riscontri che il magistrato Antonio Nalesso e i suoi uomini sapranno o potranno raccogliere. Il quadro è questo, grigio, cupo, senza il più piccolo raggio di luce. Aggiungeteci che va guardato attraverso una finestra del carcere, del Bassone. Arrighi, parla, seduto vicino ai suoi avvocati, Francesca Binaghi e Ivan Colciago. Quest’ultimo è uno che di processi basati su atti di crimine organizzato ne ha fatti tanti. Ma che, sono sicura, mai avrebbe immaginato di ritrovarsi un giorno a dover difendere un amico che balbetta i dettagli di una decapitazione. Alla fine dell’interrogatorio Colciago, ha parlato di stato di «coercizione psicologica».
Resta comunque un fatto. La sintesi che si legge nel racconto del suo assistito è prima di tutto quella di una rabbia feroce, accumulata per mesi: «Ho conosciuto Brambilla a ottobre – ha raccontato l’armaiolo al giudice – Era molto gentile, disponibile, manifestò subito l’intenzione di aiutarmi». Gli accordi iniziali sembravano innocui, una stretta di mano robusta e genuina – di qualcuno che capisce che il negozio non andava, i conti non tornavano – di una persona che vuole aiutarti. Brambilla mette sul piatto 89mila euro in contanti, stipulando questo accordo: Arrighi li restituirà al 10%. Se non potrà farlo, il benzinaio, subentrerà con una minima quota nel negozio e affiancherà il titolare. Ma le intenzioni di Brambilla sono molto diverse. Alberto stesso se ne accorge dopo poco tempo, perché – così riferisce al giudice – Giacomo inizia a farsi vedere sempre più spesso, a mettere le mani dappertutto, a imporre la propria presenza e le sue trovate.
Durante le feste appena passate, molti clienti dell’armeria si saranno chiesti: Che c’entra un presepe con un fucile da caccia? Ovviamente c’entra poco o nulla. È stato il Brambilla a volerne vedere uno dei suoi in vetrina. Così decide di accomodarlo accanto ai Victorinox mille lame, alle bussole, ai giubbotti da caccia, ai berretti mimetici. All’inizio Giacomo si presentava in armeria una volta ogni due, tre giorni. Poi però quando anche il benzinaio si accorge che il negozio gira poco o male, e che di conseguenza anche i suoi soldi rischiavano di volatilizzarsi, le visite si intensificano. «Ha iniziato a contarmi i soldi», racconta Arrighi, «a verificare gli introiti, a impormi di metterli da parte». Entro poco tempo L’armeria di via Garibaldi diventa il decimo distributore di benzina. Giacomo Brambilla appare di continuo, al mattino per l’apertura, alla sera subito dopo la chiusura.
Pretende che il contante in cassa venga raccolto in fascette come in una banca, e che venga poi sigillato in busta chiusa per garantirsi la restituzione del prestito di ottobre. La realtà vetrine di via Garibaldi cambia radicalmente. Si trasforma velocemente in un incubo. Il nuovo socio scopre che in fondo il commercio al dettaglio gli piace molto. Modifica la disposizione del negozio. Usa la cassetta di sicurezza, depositandovi i suoi misteriosissimi assegni (per centinaia di migliaia di euro). Cambia gli orari di lavoro.
A fine novembre, addirittura licenzia dei dipendenti dalla sera alla mattina. Tutto questo in nome – per restare sempre ancorati al racconto dell’indagato – dell’inaugurazione della «Grande armeria Arrighi di Giacomo Brambilla», come si legge sui nuovi biglietti da visita che il benzinaio ha deciso di dare alle stampe. «Taci tu, che non sei più nelle condizioni di decidere nulla» – sempre secondo la deposizione dell’omicida – era così che Brambilla si rivolgeva sempre più spesso ad Arrighi. Non contento, il benzinaio si era fatto dare copia degli Estratti conto di Arrighi e della moglie Daniela.
Aveva portato i libri contabili del negozio dal suo commercialista di fiducia, avendo intenzione di sferrare il colpo di grazia entro beve. La piccola, innocua partecipazione societaria pattuita a ottobre era stata solo una meschina bugia per infiltrarsi e portare via ad Alberto tutto quanto. La «Nuova armeria Arrighi» doveva legarsi a una nuova società, al 99% di Brambilla, all’1% del vecchio proprietario, giusto perché questi deteneva ancora, non potendo cederle, le licenze di vendita.
La goccia che fa traboccare il vaso arriva sabato 30 gennaio. Arrighi vede entrare Brambilla in negozio accompagnato da una contabile di fiducia. I due si chiudono in ufficio, spulciando e scrutando i conti del mese. Arrighi resta solo dietro al bancone a fare il commesso. «A quel punto – dirà Arrighi – ho capito che si era preso tutto, compresa la mia vita». Il resoconto del dialogo finale, nelle parole dell’indagato, è drammatico e angosciante: «Gli ho chiesto di dirmi cosa avesse in mente di concedermi, perché qualcosa doveva pur lasciarmi. Mi ha risposto che non ero nelle condizioni di poter dire nulla, che avrei dovuto cedergli il negozio, la casa di Senna Comasco, il magazzino in centro storico, addirittura il nostro appartamento di via Luini. Gli ho detto che non poteva farlo, che era troppo, ma lui ha risposto che tutti quanti, io e i miei cari, ci saremmo dovuti trasferire ad Argegno. Credeva che anche quella di Argegno fosse una casa di nostra proprietà ma io gli ho spiegato che era di mio suocero e che non avrei potuto andarci e che se mi avesse preso l’appartamento in centro avrebbe rovinato me, mia moglie, le mie figlie».
Il resto è il video: Brambilla dà le spalle ad Arrighi. Lui gli spara e lo finisce. Fasi concitate che portano al secondo agghiacciante epilogo, quello della decapitazione. L’armaiolo dice che ciò che gli ha fatto definitivamente perdere il lume della ragione sia stato quel biglietto trovato sul cruscotto della Porsche Cayenne: «Era un bigliettino da visita dei miei – ha raccontato al giudice risalendo a quella corsa verso Milano, verso un luogo qualunque in cui abbandonare l’auto – Dietro c’era scritto “rovinato”. Davvero non ho capito più nulla».
L’interrogatorio è tutto qui, chiuso nelle tre ore di faccia a faccia con il gip.
È la verità di Arrighi, la spiegazione – se così si può definire – di una vicenda inverosimile che da cinque giorni aspettavano tutti – e che mi ha spinta ad aspettare tanto prima di scrivere qualcosa sulla vicenda -. Verità di cui non tutti sono convinti. Del resto, contro quest’uomo mite, padre di famiglia prestato d’improvviso a un romanzo degno di Aghata Christie , ci sono un paio di circostanze e di dettagli che possono indurre qualche sospetto sulla genuinità delle sue reazioni. Per ora possiamo mettere la parola fine al primo atto di una sconvolgente vicenda. Uno specchio reale della società in cui viviamo. Una cosa è certa: siamo soltanto all’inizio. Alberto Arrighi è sereno, calmissimo, determinato a rispondere a tutto. Piange solo quando pensa alle sue bambine.